VALUTAZIONE ≠ VOTO

Uno dei maggiori problemi esperiti nella formazione docenti è la tendenza di corsiste e corsisti a considerare sinonimi voto e valutazione. Tale tendenza, per quel che vale la testimonianza di chi scrive, probabilmente è presente nella classe docente di diversi ordini (primaria, secondaria di I e II grado, università), ma non nella stessa misura. A partire dalla scuola secondaria l’indifferenziazione tra valutazione e voto è assai più diffusa rispetto alla scuola primaria. La valutazione senza voto tende a essere derubricata ad “assenza di valutazione” molto più spesso da docenti della scuola secondaria e dell’università di quanto non avvenga con insegnanti di scuola primaria. Eppure, esistono carte dei diritti delle studentesse e degli studenti, approvate dai diversi atenei, che esplicitano chiaramente come la valutazione non possa ridursi a voto. Eppure, esiste lo “Statuto delle studentesse e degli studenti della scuola secondaria” (1998). Secondo tale Statuto “lo studente ha diritto a una valutazione trasparente e tempestiva, volta ad attivare un processo di autovalutazione che lo conduca ad individuare i propri punti di forza e di debolezza e a migliorare il proprio rendimento”. Troppo spesso, questo diritto è negato dalla tendenza dell’insegnante ad accumulare “il congruo numero di voti” in vista degli scrutini. Troppo spesso, chi insegna giustifica le proprie scelte estroflettendo ogni responsabilità, attraverso affermazioni quali “il congruo numero me lo impone la legge”, “senza congruo numero di voti la magistratura accoglie i ricorsi”, “devo mettere voti per raggiungere il congruo numero, non ho tempo per i giudizi descrittivi che attivano tutto il bla bla bla dello Statuto” e così via. Il “congruo numero di voti” è lo spettro che s’aggira tra la classe docente e dirigente. Di tale spettro, tuttavia, non v’è traccia nella normativa. La normativa, infatti, non parla di “un congruo numero di voti”, ma di “un congruo numero di interrogazioni e di esercizi scritti, grafici o pratici fatti in casa o a scuola”. In pratica, la normativa non impone alcun congruo numero di voti ma consente di raccogliere informazioni sugli apprendimenti per restituire riscontri in modo tale da dare forma all’insegnamento e all’apprendimento. Tra l’altro, usando riscontri descrittivi, il giudizio finale, quello da sintetizzare in un voto, è ben documentato, argomentato e a prova di ricorso.

C. Corsini, La valutazione che educa. Liberare insegnamento e apprendimento dalla tirannia del voto.

Come fare a meno del  voto nel corso della didattica? 

Nel Master verranno presentate e discusse esperienze di docenti che nella valutazione in itinere hanno sostituito il voto con i riscontri descrittivi.